Perché in Argentina non si mangia italiano?

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Oltre il quaranta percento della popolazione argentina è discendente d’italiani, motivo per il quale non esistono quartieri tricolori: in maggior o minor misura lo siamo tutti. Abbiamo città gemellate con città italiane, e cognomi italiani dei quali non sappiamo pronunciare le doppie.

E’ molto comune in una famiglia avere quattro nonni di origini di nazionalità diversa. Io ho, come nelle barzellette, un tedesco, un italiano, un austriaco e un nativo.

Tutto questo per spiegarvi una domanda che mi pongo ogni anno quando torno in qui in Argentina:

Perché?

Perché, in Argentina non abbiamo  parmigiano, mozzarella ne mortadella? Obietteranno gli argentini che la mortadella c’è. Non fateci caso e non avvicinatevi. I formaggi sono tutti uguali, soltanto più o meno duri, ma tutti molto salati. Tanto che la Unione Europea chiese un anno fa di smettere di chiamarli Parmigiano reggiano, Gouda e fontina. Inventatevi altri nomi, disse l’Unione in parole povere.

Mi chiedo anche, perché la pasta scuoce e nessuno la sa fare  alla norma, all’amatriciana, o alla carbonara? Con tutto il guanciale che potremmo ricavare, santo cielo, perché non c’è il guanciale? Perché i ripieni dei ravioli e cappelletti sembrano mangimi per pesci? Eccetto quelli che mia nonna faceva la domenica, ma nessuno ormai li fa neanche lontanamente simili.

Perché il latte fresco è cosi pastorizzato  da sembrare acqua e scade tra un mese, contro i quattro giorni del latte fresco italiano, denso e di un bianco profondo? Perché, tutto ciò, con tutte queste mucche al pascolo? 

Si dice che la cucina argentina è dominata dall’influenza italiana, e che per questo a Buenos Aires si beve il caffè forte, e si mangia pizza e pasta. Mi viene da dire: macché. Il caffè qui (vi scrivo dall’Argentina) dista al meno 25 ml dal caffè espresso. Che è moltissimo, se consideriamo che con quella misura raddoppia la lunghezza di un’espresso bevuto in Italia. In più non ha quella schiuma sottile nella superficie ed è ustionante, condizione che elimina tutti gli aromi.

Mi chiedo perché, gli italiani che sono venuti qui, non hanno mantenuto e trasmesso la semplicità della loro cucina. Al punto che nelle case non si mangia la pasta con verdure (il pomodoro, a livello botanico, è un frutto, insieme alla zucca il cetriolo e il peperone) e in genere in tutti i sughi ci mettono la panna. Perché non si salta la pasta dentro il condimento ma si scola e si mette il condimento solo nella parte centrale del piatto? 

Perché il pane è così diverso? Forse perché la farina 0000 con la quale si panifica qui, arricchita di calcio e sodio (come anche il latte e lo yogurt) sembra talco. Qui. Nel granero del mondo.

Mi chiedo, anche, perché al cappuccino aggiungono cannella panna montata cacao e qualcos’altro se è sotto mano, e non mettono l’unica cosa che ci vorrebbe oltre al caffè: la schiuma di latte. Oggi, che in tanti hanno viaggiato e visto e assaggiato, che la tv abbonda di programmi gourmet, non c’è UN barista che sappia fare la schiuma di latte. Davide, barista di un bar che frequento a Milano, mi diceva conciliante che è molto difficile imparare a fare la schiuma e che ci vuole molta pratica. 

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In compenso la carne, la frutta e la verdura non hanno paragone. Le arance, nella mia zona poi, sono piccole, brutte, dolci e succose come nessuna al mondo. E quella farina stile talco, fa sì che alcui prodotti di pastecceria come i pasteles, siano cosi friabili, dolci e ipercalorici da creare dipendenza. 

Una risposta possibile ai precendenti perchè, potrebbe essere che in Argentina non si mangi italiano perché siamo pigri. E chiunque abbia fatto melanzane alla parmigiana o tortellini sa che non è cosa per pigri. Ma no può essere solo quello, perché prima che le generazioni successive diventassero argentine (che è un ibrido adolescente nato da genitori anziani) erano italiani. Forse arrivarono qui molto stanchi, molto poveri e senza speranza di poter tornare. E forse il vero parmigiano, la vera mozzarella, la vera pasta e il buon caffè, avrebbero fatto scoppiare i loro cuori di nostalgia.

Pubblicato su Panorama.it

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